Semplicemente…Banco

Semplicemente…Banco

L’assordante, quanto inqualificabile, silenzio dei media e fors’anche della gente sulla morte di Francesco Di Giacomo, avvenuta in seguito ad un incidente stradale, il 21 febbraio 2014 nei pressi di Roma, ci consegna ahimè una società a dir poco distratta e pericolosamente frenetica.
Troppo spesso ci si dimentica del formidabile apporto scientifico, artistico e culturale di talune persone, contributo che diventa patrimonio di noi tutti, conseguentemente consegnato ai posteri. Qualcuno ha sentenziato che “dimenticare la storia è molto rischioso”: la storia è la memoria collettiva senza la quale non c’è futuro.
F. Di Giacomo è stato vocalist, percussionista e autore delle liriche dell’inimitabile gruppo Banco del Mutuo Soccorso. Il Banco, questa l’abbreviazione dopo l’uscita dell’album …di terra , nato nel 1970 (per la precisione nel 1968), rappresenta, secondo il mio modesto parere, il più grande gruppo del cosiddetto Rock Progressivo Italiano. È risaputo che l’uomo ha la mania di catalogare tutto, spesso con risultati assai discutibili. Personalmente faccio a pugni con le etichette e non sono per niente d’accordo nell’attribuire definizioni alla musica che, a mio avviso, può essere buona o pessima.
Per comprendere la storia del Progressive, tracciamone una breve sintesi. Rock classico, rock barocco, rock romantico, rock sinfonico, verso la fine degli anni ’60 erano questi, ed altri, i nomi affibbiati. Tutti orribili, ma sempre più verosimili di rock progressive, abbreviato anche in “Rock Prog” o semplicemente “Prog”.
Ma quali sono le peculiarità di questo stile musicale? Possiamo sintetizzarle in quattro punti fondamentali:

• Rigetto categorico della forma canzonetta e della struttura “a/a/b/a/b” (frase, frase 2, ritornello o inciso, dove quest’ultimo rappresenta il fulcro del brano, ripresa della frase seguita dalla parte centrale).
• Sviluppo molto articolato con arrangiamenti di finissima fattura e conseguente lunghezza del pezzo.
• Struttura ritmica assai complessa con frequenti cambi di tempo e utilizzo di misure dispari (3/4, 5/4, 7/4 ecc.).
• Virtuosismo di elaborate strutture armoniche e confluenza di stili assai colti.

Dopo questa breve e doverosa disquisizione sul “Prog”, che spero abbia chiarito in maniera semplice le caratteristiche di questo genere musicale, ritorniamo all’inizio degli anni ’70. Nello stesso periodo, in Inghilterra, le scene sono calcate dai Genesis, E.L.& P., Jetro Tull, King Crimson, Gentle Giant, gruppi di sbalorditivo talento musicale; i loro brani sono influenzati da varie linee musicali, dalla classica al blues, dal jazz al pop rock.
In Italia, forse trascinati dall’onda britannica, prendono vita formazioni come le Orme, gli Area, la PFM, il BMS, gli Osanna, Arte e Mestieri e altri. Insieme alla parentesi dei grandi cantautori (De Gregori, Guccini, Lolli, De Andrè ecc.), credo che il Prog sia fra le più alte espressioni della musica pop italiana. Potremmo sintetizzare affermando che il cantautorato è forte di testi di grande spessore, mentre i gruppi prog rappresentano una magnifica amalgama di stili musicali molto colti.
Dal 1968 al 1972 nel “Banco” si avvicendano diversi musicisti. Con Vittorio Nocenzi (tastiere e voce), Gianni Nocenzi (Pianoforte), Rodolfo Maltese (chitarra e tromba), Renato D’Angelo (basso), Pierluigi Calderoni (batteria) e Francesco Di Giacomo (voce e percussioni), il Banco stabilisce la sua formazione che diverrà quella storica, passando dalla musica commerciale, il “beat” degli anni ’60, ai brani progressive (io direi alla musica “colta”), nei quali l’estrazione musicale classica e jazzistica dei fratelli Nocenzi fa la differenza, il tutto arricchito dalle straordinarie e magnifiche liriche di F. Di Giacomo.
Il 1972 vede la nascita del primo album dal titolo Banco del Mutuo Soccorso, la cui copertina ritrae un salvadanaio. Semplicemente meraviglioso! La sensazione al primo ascolto di quel “vinile”, ancora oggi viva, è di ascoltare una musica assolutamente nuova, originale e tremendamente complicata – quasi devastante per il mio cervello ancora poco maturo dal punto di vista musicale – ma intrisa di rara bellezza sia dal punto di vista armonico, contrappuntistico che ritmico. In questo primo disco c’è già l’impronta ben definita delle peculiarità stilistiche che caratterizzeranno questo straordinario gruppo. Le elevate capacità tecniche di ogni singolo musicista sono da paura, fino ad allora non si era mai sentito nulla di simile. Lo sviluppo tematico, i contrappunti e le aperture verso altri stilemi colti, possiamo affermare che non hanno termini di paragone con nessuna delle altre formazioni musicali italiane dell’epoca, e forse anche fuori dai nostri confini. Ricordiamo che in questo primo lavoro e nel successivo (Darwin), alle chitarre è impegnato Marcello Todaro che nel ’73 lascerà il posto al grande R. Maltese.
Ancora nel 1972, dopo pochi mesi dall’uscita del primo album, viene alla luce il secondo vinile Darwin. Si tratta del primo “concept album” del Banco. Tutti i testi ruotano infatti su una tematica, quella della “Teoria sull’evoluzione della specie” del ricercatore scientifico inglese C. Darwin. Un lavoro titanico per struttura, arrangiamenti, liriche e architetture varie.
L’uso massiccio di strumenti quali il moog, l’organo Hammond e vari synth, ricordano vagamente “Tarkus”, il ciclopico e straordinario lavoro degli Emerson, Lake & Palmer (E.L.&P.), ma le somiglianze si fermano solo alle timbriche che, peraltro, caratterizzano quell’epoca. “Darwin” rappresenta l’evoluzione naturale del primo disco. I dialoghi fra le parti di chitarra, organo, synth e pianoforte sono di una concezione musicale elevatissima, con contrappunti notevolmente complessi, di grande gusto e molto convincenti. Come nel primo album, anche in Darwin le liriche di F. Di Giacomo si fondono in maniera miracolosa con la melodia e la struttura stessa di tutti i brani, liriche piene di pathos che raggiungono direttamente il cuore dell’ascoltatore.
Nel 1973, il Banco partorisce l’album Io Sono Nato Libero. Fra i titoli di questo terzo lavoro troviamo “Canto Nomade Per Un Prigioniero Politico”, a mio parere il capolavoro del Banco e forse di tutto il meraviglioso decennio degli anni ‘70. L’eccezionale bilanciamento tra i vari elementi: testi, musica, nonché gli arrangiamenti di taratura geniale, collocano questo brano in una sorta di vetrina senza tempo. È doveroso ricordare che l’album suscitò l’interesse delle edizioni internazionali “Manticore”, nel cui catalogo confluiscono i maggiori artisti mondiali del tempo. Il filo conduttore dell’intero disco è imperniato sul tema della libertà, anche quella non concessa dal regime di Allende nel Cile del ’73. Proprio su questo tremendo periodo s’incentra il brano Canto Nomade Per Un Prigioniero Politico. Nel brano tutto è elevato all’ennesima potenza: la lunghezza (15’43’’), il testo duro e amaro, spesso poetico, a tratti drammatico (…almeno tu che puoi fuggi via canto nomade, questa cella è piena della mia disperazione, tu che puoi non farti prendere). Il tema principale, affidato al suono del synth, viene presentato in maniera semplice, quasi infantile, incessantemente sottoposto ad uno sviluppo tematico di finissima concezione musicale, con continui inserimenti di novità timbriche e cambi di tempo, quasi una sorta di suite infinita. Il “grido” di Di Giacomo, come per magia, diventa un tutt’uno con lo splendido accompagnamento del piano di G. Nocenzi, preparando il campo alle stupende chitarre di R. Maltese, il quale esordisce con una serie di accordi suonati con decisa veemenza per poi riallacciarsi al soggetto iniziale e avviare uno sviluppo della cellula tematica a dir poco straordinario, in cui virtuosismo tecnico ed elaborazione armonica sono di qualità non comune.

Ho seguito i lavori del Banco fino al 1978, anno di pubblicazione dell’album …di terra. Questo magnifico vinile vede l’apporto artistico del Mº Antonio Scarlato, un musicista-compositore di grandissimo livello che partecipa nella veste di orchestratore. A lui il Banco dedica il disco. Tra l’altro, fu mio maestro di composizione per i primi due anni di corso al Conservatorio di Cosenza. Successivamente si trasferì al Conservatorio di Musica di Palermo per assumerne la carica di Direttore.
Questo straordinario viaggio, nel raccontare in sintesi la storia di un meraviglioso gruppo italiano, volge al termine. Concludendo, aggiungo che la “prima musica” del Banco è complessa, poco “orecchiabile”, di difficile ascolto, poco vendibile dal punto di vista di chi deve investire (il produttore). Dopo le fatiche del terzo album, Io Sono Nato Libero, il gruppo cambia a poco a poco “direzione”, nel senso che i brani diventano più leggeri, meno complessi, lontani dalle strutture contrappuntistiche dei primi album. L’inversione di rotta è dettata da un fattore prettamente commerciale e probabilmente anche dall’abbandono di G. Nocenzi.
Grazie al coraggio e alla lungimiranza del produttore romano Alessandro Colombini, oggi possiamo apprezzare i capolavori del Banco. Fu proprio lui, infatti, ad investire molti quattrini e rischiare per la realizzazione dei lavori del gruppo. Sapeva benissimo che quella del Banco era una musica che poteva interessare solo una nicchia di persone, ma, forse spinto da un amore profondo per la “bella musica”, ha accettato il rischio, regalandoci, vivaddio, un momento musicale irripetibile.

Giuseppe

Giuseppe