Categorie: Cultura

Johann Sebastian Bach

Un musicista in contatto con Dio

Artisti noti, altri che fanno parlare di sé, alcuni segnano la propria epoca, ma ben pochi sono gli artisti sulla cui arte nulla può il tempo. La storia è costellata di geni fra i quali forse è possibile tentare di fare un confronto. Quando si parla di J. S. Bach, tale confronto è arduo, diventa difficile paragonarlo ad altri grandi musicisti. Leggendo una sua partitura si rimane inchiodati ad essa tanto è la bellezza e la profondità di pensiero di cui la sua musica è permeata. Tutte le pagine da lui scritte trasudano della grande fede che ha accompagnato quest’uomo durante la sua vita. Una sorta di velo spirituale avvolge tutte le opere di Bach. Non è un semplice caso se la quasi totalità dei suoi manoscritti, a conclusione, reca la frase “Soli Deo Gloria”. La sua è una musica difficile da penetrare al primo o al secondo ascolto, eppure, dopo poche note ci si sente avvolti da una pace immensa, un collegamento diretto con il divino, una dimensione non nota nella quale si viene proiettati. Le sue melodie entrano nell’intimo del nostro essere regalandoci amore, tenerezza, ma soprattutto silenzio, un sano silenzio fatto di profonda riflessione verso l’imperscrutabile.
Johann Sebastian Bach, apogeo della musica barocca, musicista cosmico.
-J. S. Bach, è la A e la Z della musica; (P. Hindemith)
-J. S Bach, il musicista poeta; (A. Schweitzer)
Nasce a Eisenach, in Germania il 21 marzo del 1685, nella Turingia, da una famiglia di musicisti, forse la più nota allora in Germania, talmente famosa al punto tale che il cognome Bach era diventato sinonimo di “musicista”. Quella dei Bach, però, non è la sola dinastia a occuparsi di musica. Sempre in quella regione troviamo i Lindemann, i Brigel, gli Altenburg. Tutto ciò si spiega in quanto i turingi, nel XVII secolo, coltivavano la musica, seriamente e in maniera costante, sia nelle chiese che nelle scuole: “Non c’è equilibrio di spirito e di corpo senza amore per il canto”.
Nel 1735 J. S. Bach compila l’albero genealogico della famiglia Bach, risalendo a Veit Bach, un mugnaio dell’Europa dell’est, apprezzato musicista e suonatore di liuto che visse nel XVI secolo a Pressburg in Ungheria, forzato a lasciare il suo paese per salvaguardare la propria adesione alla religione luterana. Veit ebbe due figli. Il più giovane diede vita ad un ramo della famiglia ancora vivente in Germania, mentre il più anziano ne diede al mondo tre, tutti musicisti di una certa importanza: Johann, Heinrich e Cristoph. Quest’ultimo ebbe anch’egli tre figli, tutti musicisti di professione: G. Cristoph e i due gemelli J. Cristoph e J. Ambrosius (padre di J. Sebastian e ottimo compositore).
Per comprendere il perché alcune famiglie si tramandavano il ruolo di kantor nelle chiese, è necessario fare un salto indietro nella storia e tracciarne in sintesi gli eventi, inquadrando la dinastia nel contesto storico.
La Turingia era al centro degli scambi commerciali fra la Prussia, la Sassonia e le regioni molto ricche della Renania e della Saar, il che la poneva in una posizione strategica e di privilegio. Ma, nello stesso tempo, durante la tremenda Guerra dei Trent’anni (1618-48) lo scontro fra i gruppi di fede protestante e quelli di fede cattolica ebbe proprio qui il maggior contrasto. Al termine delle ostilità la popolazione era stata ridotta ad appena un quarto, le condizioni economiche erano devastanti. Di conseguenza, le corti avevano ridotto al minimo le spese. In simili circostanze, i valori ai quali la gente poteva afferrarsi erano la religione e la musica, strettamente legate fra loro. Questo stato di cose favorì il severo uso della musica al servizio del culto religioso, per cui è facile intuire come i Bach ed altre famiglie di musicisti si siano, per così dire, specializzate in questo settore, traendone anche il sostentamento in quanto lavoro.
Dopo questa breve parentesi storica, riprendiamo il nostro racconto su Johann Sebastian.
Fin dalla tenera età viene iniziato allo studio della musica dal padre J. Ambrosius. A 10 anni, dopo la morte dei genitori, si trasferisce a Ohrdruf, nella casa del “dilettissimo” fratello Giovanni (allievo del grande J. Pachelbel), con il quale prosegue gli studi musicali. Qui, il ragazzetto Bach conosce la musica italiana, francese e tedesca, di cui il fratello è ben fornito. Nelle partiture di Vivaldi, Albinoni, Corelli, Couperin, Marchand, Buxtehude, Bhruns ecc., trova tutto ciò che gli serve per sviscerare il contrappunto e l’armonia, per diventare un maestro insuperabile della polifonia. Trascrive per cembalo o per organo i concerti per archi dei maestri italiani, attingendo da essi la tecnica del contrappunto e della bella melodia. Crescendo, inizia a guadagnarsi da vivere suonando il violino nell’orchestra del principe di Weimar, ma ben presto si trasferisce ad Arnstadt per suonare il suo strumento: l’organo. In questo periodo compie un viaggio verso Lubecca dove il grande D. Buxtehude tiene una serie di concerti per organo, dai quali Johann Sebastian trarrà delle vere e proprie lezioni, ma, trattenendosi per ben 4 mesi, dovrà subire severi improperi. Del resto, l’irascibilità del suo carattere, è cosa nota, gli procurerà continui diverbi con i suoi “datori di lavoro” durante tutta l’esistenza. La sua insaziabile curiosità lo porterà ad assimilare la maggior parte degli stili delle scuole musicali europee, dal bel canto italiano allo stile galante francese, al rigore di quello tedesco. Il Concerto italiano, le Suite francesi, le Suite inglesi per clavicembalo sono la dimostrazione di quanto riuscisse a penetrare e far suo uno stile di una scuola non propria.
Mi piace definirlo un grande codificatore di stilemi, con l’orecchio sempre teso alla grande polifonia del passato: Palestrina, Monteverdi ecc.
Negli ultimi anni della sua vita, i tempi mostrano chiari segnali di cambiamento. Il vento della rivoluzione francese, che soffia già nell’aria, sfogherà tutta la sua rabbia da lì a pochi decenni. La gente è stanca delle austerità, stufa anche della musica difficile di Bach e cerca nuove forme più semplici. La sua musica è definita “gotica”, troppo complessa, antica, mentre quella di un suo illustre collega Telemann risulta gradevole e facile da seguire.
Per secoli ci si era nutriti di musica fatta di severe forme contrappuntistiche. Era giunto il momento di cedere il passo all’imperante moda musicale fatta di epidermica galanteria ricercata e di superficiali manierismi. Nella sua Lipsia, dove il Thomaskantor finirà i suoi anni, le attenzioni sono tutte per i musicisti “moderni”. Anche i figli del grande Sebastian seguono l’incipiente moda dilagante della musica facile. Sebastian rimane fedele alla sua grande arte, anzi, rincara la dose, non cede alle blandizie. La sua scrittura diventa più audace regalandoci un’opera magistrale: L’arte della fuga, un lavoro prettamente didattico senza indicazioni sulla strumentazione. È il trionfo dell’arte del contrappunto, una sorta di testamento del grande Maestro di Eisenach, una risposta-monito a quella moda musicale che ormai aveva preso il sopravvento. I suoi contemporanei consideravano tale capolavoro alla stregua di un semplice manuale di contrappunto. Oggi, L’arte della fuga, è ritenuta un vero miracolo creativo.
Dopo la morte, avvenuta a Lipsia nel 1750, la musica di Bach verrà presto dimenticata. Sarà grazie all’esecuzione della monumentale Passione secondo San Matteo, nel 1829, curata da F. Mendelssohn, che le opere del Grande Artigiano della Musica saranno riscoperte e diffuse. Nelle sale da concerto si farà a gara per inserire i brani di Bach nei programmi da eseguire.
La musica di Bach è uno di quei pilastri che reggono le basi stesse del nostro modo di essere, di pensare e di sentire. Nella sua arte vivo è l’afflato che fa vibrare le corde più intime dell’animo umano. Non è solo musica fine a se stessa, ma un’idea viva, pulsante, che dà slancio vitale creando un ponte spirituale verso il trascendente. La sua esistenza è alimentata da una fede incrollabile, che si riversa nei suoi brani con infinita potenza e rigorosa spiritualità. Il rigore del suo carattere avrà un impatto notevole nei rapporti con gli altri, determinando un’intransigenza anche verso se stesso. Non bisogna pensare però ad un uomo arrogante, autoritario, concentrato solo sulla sua musica. Le biografie ci consegnano un Bach tenero, amorevole verso i propri familiari, ma, nello stesso tempo, un perfezionista della sua arte, che mira ad una concezione armonica e contrappuntistica spinta ai limiti delle capacità umane.
In questo nostro tempo, nel quale le certezze sono assai risicate e i dispiaceri, dettati dai crimini delle guerre, si succedono a ritmo incalzante, l’uomo non solo deve sentirsi orgoglioso dell’arte e della cultura in generale, ma ha il dovere di promulgarla in quanto unica ancora di salvezza e faro luminoso per tutta l’umanità.

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