Petilia Policastro, quarant’anni di partenze silenziose: quando le istituzioni chiudono e un paese si svuota

Petilia Policastro, quarant’anni di partenze silenziose: quando le istituzioni chiudono e un paese si svuota

Ci sono partenze rumorose, fatte di valigie e treni, e poi ci sono quelle silenziose, che si consumano dietro le scrivanie vuote di un ufficio che chiude per sempre. Negli ultimi quarant’anni, Petilia Policastro ha assistito a entrambe. Da un lato, i giovani che partono in cerca di futuro; dall’altro, le istituzioni e i servizi che se ne vanno, lasciando dietro di sé un vuoto difficile da colmare.È una lenta ritirata, iniziata negli anni Ottanta e proseguita fino ad oggi. Prima la Pretura, poi l’Ufficio del Registro, il carcere, la sede Enel, l’Agenzia delle Entrate, e da ultimo l’ufficio bancario. Uno dopo l’altro, quei presidi che per decenni avevano rappresentato la presenza concreta dello Stato e delle grandi istituzioni sul territorio sono scomparsi.Ogni chiusura ha portato via qualcosa di più di un semplice servizio: un pezzo di identità, di autonomia, di dignità territoriale.“Una volta Petilia era un punto di riferimento per tutto il circondario,” racconta un anziano ex impiegato comunale. “Venivano qui da decine di paesi per sbrigare pratiche, per trovare lavoro, per incontrare persone. Oggi, per qualunque cosa, bisogna scendere a Crotone o a Catanzaro. E chi non ha la macchina resta indietro.”Le conseguenze si vedono e si sentono. I giovani, già spinti a emigrare per mancanza di opportunità, si trovano davanti a un paese sempre più privo di servizi essenziali. Gli anziani, invece, devono affrontare viaggi lunghi e disagevoli anche solo per operazioni bancarie o pratiche fiscali.“La chiusura della filiale di banca Intesa è stata solo l’ultima ferita,” spiega una commerciante del centro. “Non si tratta solo di soldi, ma di presenza. Quando chiude un ufficio, si spengono le luci anche intorno: il bar, la cartoleria, le persone che passavano di lì ogni giorno.”Eppure, nonostante tutto, Petilia Policastro continua a resistere. Lo fa attraverso la tenacia di chi resta, di chi crede che il paese meriti ancora attenzione e investimenti. Lo fa con le associazioni culturali, con le piccole imprese agricole, con chi prova a valorizzare il territorio e le sue tradizioni.Ma il rischio è chiaro: senza una visione strategica, senza politiche di riequilibrio che riportino servizi nei centri dell’entroterra, la marginalizzazione diventerà definitiva.Petilia non chiede privilegi: chiede pari dignità, infrastrutture, presenza dello Stato. Perché ogni ufficio che chiude non è solo una porta che si serra, ma un segnale di disattenzione verso comunità che hanno dato tanto e che oggi rischiano di restare sole.E così, mentre il tempo passa e le insegne si spengono una dopo l’altra, resta la domanda che in molti si pongono sottovoce: quanto può sopravvivere un paese quando anche le sue istituzioni vanno via? Emilio Cosco

Filomena Ierardi

Filomena Ierardi