Sfida al Petilia Corral

Sfida al Petilia Corral

Calabria: un paese diventa famoso in USA

12 mila abitanti su una collina tra Crotone e Catanzaro sono finiti sulla prima pagina del Wall Street Journal. Perché? Quattro teppisti li terrorizzano. Sparano, incendiano, ricattano. Chi li comanda?

Il signor sindaco ha il sonno rovinato. Eppure è un uomo pacioso, di buone letture. Al minimo rumore che sale dai vicoli si sveglia, si alza e apre la finestra. Gli capita di incontrare con gli occhi un vicino di casa in allerta per il medesimo suono, magari con il fucile in mano. Si salutano con un cenno. A volte parlano e si scambiano lamenti: gli stessi da quasi dieci anni, conto un pugno di scapestrati che spargono terrore e violenza, con l’intento, forse, di indossare, domani, l’abito del mafioso. Sì, perché la mafia può essere il destino di queste “sciabole”, che in gergo calabrese significa poco di buono. E le ”sciabole” scorrazzano con le armi in pugno a Petilia Policastro, 80 Km da Catanzaro, 40 Km da Crotone, uno dei più grandi tra i 406 comuni della Calabria. Petilia, 12 mila abitanti, è aggrappata ad una collina arida. Una volta era sul mare ma, perché fedelissima a Roma fu rasa al suolo dai Cartaginesi. E’ diventata in questi giorni inaspettatamente famosa. La sua storia è finita perfino sulla prima pagina del Wall Street Journal. Alla giornalista americana Laura Colby il sindaco, Salvatore Romano, 38 anni, socialista, ha detto come stanno veramente le cose.
Al sindaco, 6 mesi fa, hanno incendiato la casa. La scorsa settimana, di notte, hanno fatto esplodere la sua auto, una Lancia nuovissima parcheggiata sotto il traballante edificio della Pretura dove manca, da mesi e mesi, il pretore. “Certo che ho paura” dice il sindaco a Panorama “Sia per me che per i miei familiari. Qui la forza dell’ordine non esiste”.
Salvatore Romano racconta che a Petilia una volta si scherzava, si parlava, si ironizzava. Oggi dopo le sei di sera tutti si rinchiudono a casa e la piazza principale, intitolata a San Francesco, è il cortile violento dal quale partono le scorrerie delle bande giovanili, che si radunano attorno a due o tre ventenni, disoccupati, eppure con stivaletti a punta, giubbotti di pelle neri, camicie immacolate, dita vistosamente inanellate, che salgono con aria da duri su auto di grossa cilindrata, alcune delle quali, chissà perché, targate Milano o Roma. Mafiosi? Soldatelli della ‘ndrangheta? “Macchè capi! Quelli prendono ordini, sono soltanto dei sottocapi” racconta un uomo sui ’50 anni con gli occhi che non si arrendono “e questa cittadina che è sempre stata coraggiosa è messa in ginocchio da quattro merde”.
La popolazione li disprezza, li addita ai carabinieri i quali, pochi, impotenti ed impauriti lasciano correre. Chiamati al telefono spesso rispondono: ”Ma ne vale la pena?”. Oppure: “Qui c’è solo un appuntato, non possiamo intervenire”. Quando è stata bruciata la macchina del sindaco sono arrivati dopo mezz’ora. La gente ha accennato a un ironico applauso. La notte di capodanno le “sciabole” di Petilia hanno sparato, con rivoltelle e fucile, a tutti i lampioni della via principale. Dieci milioni di danni. Possedere una pistola, e usarla, è una specie di onore per il banditello calabrese. La sera, per chiamarsi, sparano in aria. La notte passeggiano con i revolver alla cintura. Guidano senza patente e senza assicurazione. “E chi li ferma?” dice una donna. Tutti li conoscono. Gran parte di loro sono figli di emigrati al nord poi ritornati a Petilia, con l’arroganza acquisita nei quartieri-Bronx di Milano, Torino, Genova.
Gli onesti di Petilia hanno ancora, malgrado tutto, fiducia nelle forze dell’ordine, tanto è vero che continuano a telefonare ai carabinieri. Ma inutilmente. Ed ecco che s’affaccia il rischio di farsi giustizia da soli, col fucile a tracolla. Ecco che, pensa il sindaco, “questa collina può diventare la casa natale di un qualsiasi padrino, di una mafia che con la scusa dell’ordine detta le sue leggi”. I carabinieri sono cinque, al massino sei. Se qualcuno di loro ha più iniziativa degli altri viene avvertito con una fucilata alla finestra della sua casa. Maresciallo, che succede qui? “Non posso dire”. E quanti siete? “Non posso dire”. Qualcuno lo scusa: “Tiene la moglie esaurita, è un brav’uomo, ma ha paura”.
Intanto le bravate continuano, aritmo crescente. Un anno da, di notte, sono entrati in pretura, con una scala appoggiata alla finestra. Hanno scassinato la cassaforte a colpi di grimaldello. “Hanno lasciato orme sulle sedie di plastica, mozziconi di sigarette, una scatola di cerini. Non è stato fatto, a tutt’oggi, nessun accertamento. Il portello della cassaforte è ancora per terra. Nel piccolo caveau pretorile ci sono due immaginette sacre: “Preghiera alla Santa Spina per ottenere la grazia”. I ladri l’hanno trovato vuoto. Difatti l’impiegato si porta a casa, ogni sera, il “malloppo”: 450 milioni in assegni non trattabili.
Altro furto clamoroso in pretura: hanno portato via una decina tra fucili e pistole, tutti referti del tribunale. E’ probabile che abbiano sparato ai lampioni proprio con queste armi. Pochi giorni fa rubano in un negozio di elettrodomestici, dove un ladro lascia per terra una benda oculare. Tutti sanno di chi è. I carabinieri non l’hanno ancora interrogato.
La scorsa settimana, dopo il clamore fatto scoppiare dal sindaco sui giornali, c’è stata a Petilia una riunione in Comune tra giunta e autorità prefettizie. Presente anche un dirigente dell’Interpol. Qualcosa dunque si sta muovendo. Se non altro per evitare che il paese entri davvero come protagonista nel triangolo mafioso che comprende Cutro (città violentissima già descritta da Pier Paolo Pasolini come terra di banditi “con il guizzo di troppa libertà, quasi pazzia”), Crotone, sospettata come centro di smistamento della droga che arriva dagli USA, e Isola di Capo Rizzuto, comune dove regnano il turismo e la speculazione edilizia. Si giungerà a un temporaneo stato d’assedio con carabinieri e soldati? Qualcuno se lo augura, convinto che ci voglia davvero poco per zittire i banditelli che studiano da duri, che fanno la spesa gratis assieme alle loro donne, che controllano il mercato e i negozianti attraverso una maglia di tangenti dirette e indirette.
Diffuso è comunque il rimpianto per il brigadiere Giuseppe Borza, il “Rambo” di Petilia che piombava nella piazza, la sera, con pistola in pugno. Ne sbatteva molti in galera, ma dopo tre giorni gli stessi erano in libertà, ancora più incattivati per le botte prese e l’acqua col sale fatta bere a forza durante gli interrogatori. “Quando c’era Borza” ricorda un pastore di Petilia “per due anni, dal 1983 al 1985, c’è stata una relativa tranquillità. Oggi nessuno lascia vuota la propria casa per un’ora. Cinque giorni fa hanno svaligiato l’alloggio di una giovane coppia che si stava sposando in chiesa”. Ma davvero bastano dieci brigadieri come Borza per far cessare il chiasso da western selvaggio?
Salvatore Cimino, che è stato sindaco (Pci) di Petilia dal 1965 al 1974, è attento alle radici della violenza: “Con la lotta politica nel palazzo si sono persi di vista i problemi della città”. La memoria storica di Cimino è un atto di accusa contro la situazione di oggi. Petilia, ricorda quest’uomo che aspetta ancora istituzioni serie e credibili, non è mai stata città da chinare il capo. Nel 1917 un gruppo di donne, in rivolta contro la povertà e la guerra, incendiò il municipio; nel 1920 i socialisti conquistarono ben 36 comuni del Crotonese; a cavallo tra il 1946 e il 1947 i contadini si ribellarono contro i padroni dei latifondi, i nobili che andavano a caccia; poi l’emigrazione al nord che si portò via anche il 30 per cento della forza lavoro. A metà anni Settanta molti emigranti tornarono. Il 90 per cento dei risparmi è andato nelle case, per sé e i figli. Speculazione brutale, grappoli di condomini senza intonaco “che alla minima scossa di terremoto, e questa è zona sismica, potrebbero crollare tutti” come dichiara a Panorama l’architetto Adriano Pace, 36 anni.
Non si muore più di fame, ma siamo sempre nella zona più povera d’Italia. Ci si arrangia, magari con pensioni fasulle (ottenute prestando false radiografie da cui risulta la silicosi), con gli assegni dell’Inps concessi a parenti di agricoltori che non si sono mai chinati a strappare insalata. La classe politica è posta sotto accusa. Fino a un anno fa il Comune era terra di scontri clientelari. Ex-sindaci e assessori sono stati incriminati per peculato e truffa. E’ questo cattivo esempio a fornire ragioni ai ribelli in odore di mafia. Salvatore Ierardi, ex-consigliere comunale, disinvoltamente passato dal Pci alla Dc attraverso una lista civica, grida in piazza che “tutti sono ladri che mangiano e fanno mangiare i parenti”, che “ci vorrebbe un commissario che metta sotto inchiesta la classe politica”. E la delinquenza? Ierardi, detto “il biondo”, prima minimizza poi giustifica: “Colpa della disoccupazione”. Si sente perseguitato: “Mi hanno cacciato dal Comune come un agnello bagnato…”. E i ragazzotti della piazza, attenti ai cenni arroganti dei sottocapi col giubbotto nero e camicia bianca, contenti di trovare una spiegazione “ideale” al proprio teppismo, alla voglia di essere reclutati dai capi veri che pur ci sono, ma in piazza non si fanno vedere. Scriveva Pasolini nel 1959: “Si sente che siamo fuori dalla legge o, se non dalla legge, dalla cultura del nostro mondo, a un altro livello”. Ventotto anni dopo si avverte la stessa “cornice di vuoto e di silenzia che fa paura”, tra queste colline pietrose e lunari, in questa Petilia che è in miniatura l’Italia che non funziona.

Di Pier Mario Fasanotti- fotografie di Adriano Alecchi

(Ha collaborato Luigi Stanizzi)

Giuseppe Frandina

Giuseppe